Qualche giorno fa, quando io e Archimede stavamo ancora in pausa, ero su facebook che avevo da contattare delle persone, da sbirciare delle donnine nude e scrivere commenti intelligenti a post stupidi o commenti stupidi a post intelligenti. Insomma, ero su facebook che avevo da fare le solite cose che si fanno su facebook. E non dite: «eh no! io non le faccio certe cose! io facebook lo uso solo per promuovere la mia attività artistica/commerciale/politica» che non vi crede neanche la casalinga di Voghera reduce da una maratona di trash televisivo.
Dunque ero su facebook quando a un certo punto mi rendo conto che molti miei contatti stanno facendo gli auguri a un certo comandante: «Auguri comandante!», «Buon compleanno comandante!», «Grande comandante!»
E io, con la mia solita generosa fiducia nella specie umana, penso: sarà mica il compleanno del Che? No, quello è ad aprile. Sarà mica allora il compleanno di Marcos? No, perché non si sa chi sia, e anche se fosse quello che il governo messicano dice essere, sarebbe comunque nato a giugno. Quindi no, non si tratta di Marcos né del Che. E allora tu passi tutta la giornata e anche il giorno dopo a chiederti: e chi cazzo sarà mai questo comandante a cui tutti fanno gli auguri? E non studi, non mangi, mediti il suicidio e non porti neanche fuori il cane. E poi, quando meno te lo aspetti, quando tutto sembra rientrare nell’inflazionata categoria dei misteri italiani, lo scopri. Lo scopri così, come se fosse niente, che si stratta di Vasco Rossi. E allora guardi la neve fuori dalla finestra, guardi il tuo cane col guinzaglio tra i denti e pensi: ma sì, andiamo fuori a pisciare!
Sarà mica il compleanno del Che?
Wait Until Spring, Archimede
Questo blog qua si chiama eramegliomoriredapiccoli, lo scriviamo io e Archimede, un cane nero come la pece che da quando c’è la neve fuori non fa altro che stare in casa a guardare la tv, e infatti si sta rincoglionendo parecchio.
Io gliel’ho detto più volte in questi mesi, gli ho detto: «Archime’, mo che vogliamo fare? Ho capito che c’è la neve fuori, ma non è che possiamo chiudere baracca e burattini e aspettare che arrivi il sole. Dovremo pur fare qualcosa. Almeno andiamo sotto a spalare!» Giuro che gliel’ho detto più volte, e lui, tutte le volte mi ha guardato con una faccia come a dire: «spalare un cazzo! Io aspetto primavera.»
Aspetta primavera, Archimede.
Comunque su eramegliomoriredapiccoli, l’unico blog il cui numero di fan invece di aumentare diminuisce, non si è scritto per un po’, ché gli autori avevano qualche problema di testa, di cuore e di ginocchia. E a dir la verità, in questo tempo in cui si aspettava primavera, ne son successe di cose su cui volendo si sarebbe potuto fare un post.
Per esempio, una volta sono andato al Cup, ché dovevo prenotare centosette euro di analisi. Allora sono andato al Cup, ho preso il biglietto e mi sono messo ad aspettare vicino alla porta d’ingresso, ché al Cup ci sono un sacco di vecchini e quindi tengono il riscaldamento in modalità “sudare fa un gran bene”. Mi sono messo lì ad aspettare e ho visto che al Cup c’è un gran mercato nero di biglietti. Ossia c’è della gente che va lì la mattina presto, prende quattro o cinque biglietti e va via. Poi a un certo punto ritorna e si mette a distribuire biglietti. E allora ti si avvicina questo signore sulla sessantina che ti guarda in pescarese stretto e ti fa: «che numera ti’?»
E tu: «A 121.»
E lui: «To’ allo’ pijete que! A 109. Ca fi’ prim’.»
Io inizialmente ho tentennato un po’, perché qualche giorno prima mi era successa la stessa cosa alle poste e avevo rifiutato. Però questa volta avevo gli sfregi in faccia che manco Rambo, la febbre, una tesi da scrivere e un fardello di paranoia che l’avesse visto Kipling la nota frase l’avrebbe scritta in modo diverso. Quindi ho accettato. E allora sono entrato nel gruppo del mercato nero. E noi del mercato nero, quando andiamo al Cup, ce ne stiamo sempre lì vicino alla porta d’ingresso, ché ci piace distinguerci dalla massa. Stiamo lì e facciamo dei discorsi del tipo: «ngul’ chissì a lu marit’ ni fa respira’.», «nguul’ la signor sa purtat’ le parole crociate», e poi intervalliamo con dei commenti legati all’attività del Cup, tipo: «no, ma alla fine oggi si scorre. Facem subit! Tu che numera ti’?» e altre cose di questo tipo. Nel frattempo controlliamo che la fila scorra e passiamo i numeri accumulati ai nuovi arrivati.
Comunque alla fine ho prenotato tutte le analisi e ho pagato i miei centosette euro, che quando l’impiegata del Cup mi ha detto centosette euro, io lì per lì stavo per vomitargli sul vetro antiproiettile, ma poi ho mandato giù, ché tanto non avevo fatto colazione.
Morale della favola: puoi essere un cane nero come la pece, un giovane paranoico, una donzella di bell’aspetto o un membro onorario del mercato nero del Cup, l’unica cosa che devi fare è aspettare primavera e pensare a un modo di fare i soldi e scappare dove la neve la vedono soltanto al cinema. Tu, una ragazza bionda, un cane nero come la pece e tutto l’amore del mondo, che ora che ci penso mi sa che è un libro di Moccia e ci hanno fatto pure un film che quando è uscito Archimede ha preteso che lo portassi al cinema ché gli scappava la grossa.
Io, Carlo Terzaghi e la postina
Stamattina ero lì che studiavo le sorti della Torino operaia e socialista dei primi del Novecento. E me ne stavo tutto impostato a fare le mie riflessioni sulle lettere che l’operaio Carlo Terzaghi scriveva a Carlo Marx a Londra.
E io me lo vedo questo Carlo Terzaghi tutto grosso e con i baffi e le mani gonfie. Che torna dalla fabbrica tutto sporco di catrame e urla alla moglie: «Maria! Passami pennino e calamaio che devo scrivere!»
«E a chi devi scrivere?» dice Maria.
«Devo scrivere a Carlo Marx.»
E Carlo Terzaghi, operaio, si mette a scrivere facendo una fatica bestia, che all’epoca non si andava mica tanto a scuola. E scrive per dire a Carlo Marx che a Torino hanno fondato il giornale repubblicano socialista internazionale e che l’hanno chiamato «Il proletario italiano». E gli scrive pure che il giornale lo fanno di notte, dopo le dodici ore di lavoro alla fabbrica, che le tipografie si rifiutano di stamparlo e che il governo gli ha già disposto cinque processi.
E me lo vedo Carlo Marx che sta a Londra alla Prima Internazionale, che ha già i suoi problemi con Bakunin che si vuole staccare, e gli arriva un commesso che gli dice: «signor Marx, è arrivata una lettera di un operaio italiano». E Marx la lettera la legge e magari gli risponde pure all’operaio Carlo Terzaghi.
E allora ho pensato che se io, in questo momento storico qua, scrivessi una lettera a un intellettuale in vista, quello la mia lettera non la leggerebbe mai. E in ogni caso, pure a volerci provare, avrei delle serie difficoltà a individuare l’intellettuale di riferimento a cui scrivere.
Alla fine, mentre facevo queste riflessioni, ha suonato la postina che mi doveva consegnare un pacco. Il problema è che c’era da pagare e io avevo solo pezzi grossi, perché si sa che la crisi è un’invenzione della stampa sovversiva, e quindi stavo rovesciando tutti i cassetti per trovare soldi spicci. E mentre rovesciavo i cassetti Archimede, il mio cane nero come la pece, intratteneva la postina con degli sguardi e dei movimenti della coda che pressappoco volevano dire: «abbia pazienza, è un po’ squilibrato, ma in fondo non è cattivo.»
Comunque alla fine ho pagato e preso il pacco. L’ho aperto e dentro c’erano dei libri usati che mi sono fatto spedire da Arezzo.
Sulle quarte di copertina ci sono scritti i prezzi: duemilacinquecento lire uno, milleduecento lire l’altro. I libri sono molto vecchi e tutti ingialliti. Hanno un odore che io per quell’odore lì ammazzerei. Mentre fiuto penso a Carlo Terzaghi, che al tempo suo poteva scrivere le lettere a Carlo Marx, e crederci veramente di poter fare la rivoluzione.
Un organo sessuale minore
Io adesso non vorrei mettermi a fare la figura di quello che parla di lui. Perché non vorrei fargli della pubblicità. Negativa s’intende, ma sempre pubblicità. Però sono costretto.
Il fatto è che qualche giorno fa lui ha dichiarato in pompa magna che il fascismo è stato una democrazia minore. Perché lui è un po’ così: dice delle cose, non si trattiene, è venuto al mondo senza quella particolare capacità umana di fermarsi poco prima di dire una cazzata clamorosa. Lui, semplicemente, non ce l’ha. Lui dice tutto quello che gli passa per la testa, ed è felice così.
E io mi sono immaginato che tra trent’anni, una delle tante signorine che hanno alloggiato sull’apparato genitale del lui in questione, potrebbe uscirsene con una dichiarazione in pompa magna. Potrebbe convocare i giornalisti, strizzare l’occhiolino agli intellettuali organici, sistemare la scollatura e dire che in fondo, il suo, è stato un organo sessuale minore.
Comunque io questo post l’ho scritto perché ho un po’ di rancore. Sì, lo ammetto. Ho un pochino di rancore che mi aleggia esattamente sul setto mediano che divide in due la sacca cutanea che contiene le ghiandole sessuali maschili destinate alla produzione dei gameti. Perché quando lui scese in campo io avevo nove anni e lui non aveva i capelli, e adesso ne ho ventisei e non ho tanti capelli e lui è ancora in campo e ha i capelli. Potrebbe sembrare un gioco di parole, invece è un film dell’orrore che quest’anno diventa maggiorenne. E io direi che sarebbe il caso di mandare i titoli di coda, e lanciargli pure le scatole vuote di pop corn. E fargli un sacco di fischi e ricordagli che avrà pure i soldi, avrà pure l’elicottero, avrà pure il vulcano finto e un esercito di tettone senza sinapsi. Ma il suo è, e resterà per sempre, un apparato genito-urinario maschile minore e condannato dalla storia.
Ho di nuovo messo a posto da Feltrinelli
Oggi sono andato a lavorare un po’. E dopo aver lavorato un po’ sono andato da Feltrinelli, ché dovevo comprare dei libri. E sì: è successo di nuovo. Non lo so perché mi succede così, ma proprio quando penso di essere finalmente fuori dal tunnel, ci ricasco clamorosamente.
Stamattina ho di nuovo messo a posto da Feltrinelli. Nonostante mi fossi ripromesso di non farlo, l’ho fatto.
Il problema è che c’erano questi libri messi storti e allora io li ho raddrizzati. E poi mi sono cercato i libri da solo sul computer e sugli scaffali: e li ho pure trovati. Dunque io dico, caro il mio direttore della Feltrinelli, ma perché non mi assume? No perché visto che io il lavoro lo faccio, a questo punto mi assuma. Mi metta bello lì in mezzo ai libri e io le faccio il lavoro, e non mi lamento, giuro che non mi lamento. E se vuole mi metto una brandina, lì sotto la scala a chiocciola. Mi metto una brandina così possiamo stare aperti pure di notte, ché di una libreria aperta di notte a Pescara ce ne sarebbe proprio bisogno.
Quando sono uscito dalla libreria mi sono incamminato verso via Firenze, perché ero molto curioso di osservare dal vivo la nuova attrazione cittadina: le piastrelle da bagno. Non vi nascondo che, mentre camminavo, ho anche sperato che non fossero così male come in foto. E in effetti sono molto peggio.
Comunque mi sono messo un po’ lì a osservare gli operai che lavoravano e ho notato una cosa: la parte sinistra del pavimento pende, pende che si vede a occhio nudo, secondo me quando piove fa la pozza.
E peccato che non c’era nessun vecchino di quelli che vanno in giro a osservare i lavori, altrimenti gli avrei sicuramente chiesto un parere. Sarei andato dal vecchino e gli avrei chiesto: «Scusi capo, ma non è che il pavimento pende?» E il vecchino mi avrebbe sicuramente risposto: «sì, pende. E se piove fa la pozza.» Purtroppo non c’erano vecchini a cui chiedere, ché i vecchini ormai non li fanno più assistere ai lavori, perché dicono che disturbano. Invece secondo me non hanno capito proprio niente, perché i vecchini che controllano i lavori, nella storia italiana, hanno raddrizzato un sacco di muri e un sacco di pavimenti.
Quindi io dico: più vecchini e meno architetti, più vecchini e meno assessori, più vecchini e meno pavimenti.
L’altarino kitsch
Tra i commenti al post di ieri mi si chiedeva di spiegare cos’è l’altarino kitsch. Chi è stato in camera mia lo sa. L’altarino kitsch è, appunto, un altarino che ho creato e posizionato sopra la scrivania che uso per lavorare. Praticamente ce l’ho quasi sempre davanti.
C’è un pacchetto grande di Camel, di quelli che contengono tanti pacchetti piccoli, sul pacchetto c’è la scritta “Smoking seriously harms you and others around you”, che ogni volta che la leggo penso che sì, il fumo farà pure male. Ma almeno il fumo non ti costringe ad andare a comprare un paio di ballerine nere, di quelle che servono sempre perché stanno bene su tutto. Farà pure male il fumo, certamente, ma almeno non ti costringe a prostituirti per pagare il mutuo, come invece fa la tua amata banca.
Comunque c’è questo pacchetto grande di Camel, ai due lati del pacchetto ci sono due bottiglie vuote di Guinnes Draught, che ce le regalarono una sera che eravamo in un pub, la stessa sera che un mio amico salì sul davanzale del pub e pisciò dalla finestra, facendosi beccare dal cameriere. Adesso quel mio amico è morto.
Oltre alle birre c’è la statuetta di una donna cubana con i seni grossi e una mano sul sedere, poi c’è una bottiglia di brandy albanese, un gufetto in miniatura, un draghetto rosso, un Buddha, un posacenere, un bicchiere da cicchetto e una scatoletta di crema Tatoo Goo per tatuaggi.
Insomma, c’è chi prega un Dio biondo con gli occhi verdi, chi s’è votato al denaro, chi gioca ai cavalli, chi trova un amore dopo l’altro, chi non tromba da mesi, chi si compra l’abbonamento a Oggi in supersconto, chi guarda Fiorello alla tv, chi s’è sputtanato Termini Imerese e un intero sistema industriale, chi ha vinto al Lotto ed è scappato in capo al mondo, chi credeva di aver vinto al Lotto ma poi era solo uno scherzo. Chi c’aveva in mano il poker di donne e s’è giocato la casa perché: «s’è visto mai che si fa scala reale», ed è uscita la scala reale. Chi ha creduto, anche solo per un minuto, che la finale del 2006… avremmo perso pure quella. Chi non ha mai pensato di tradire e s’è ritrovato tradito, chi diceva «questo è un affare sicuro» e adesso dorme in macchina. Chi non paga una lira di tasse dal ’92, chi s’è impiccato alla gru perché le tasse le ha pagate fino alla fine.
Chi gioca con gli operai come fossero soldatini, chi compra Maserati come fossero caramelle. Chi s’è venduto pure l’anima di sua madre, chi ruba ai poveri per dare ai ricchi, chi monta il telepass per andare a fare la spesa, chi si fa di cocaina, chi sbuffa e chi medita il suicidio.
Io la mattina mi guardo il mio altarino kitsch, e senza senso, senza nessun senso che sia uno, inizio a scrivere delle cose; e poi mi fermo. E improvvisamente, ha smesso di piovere.
Avete mica una medicina contro la pioggia?
Guardo una fotografia, ma ho bisogno degli occhi. Di vedere gli occhi, di sentirmeli attaccati al collo, di respirarmi le sue meningi. Di mangiarmi i lobi.
Ho letto e riletto ancora. Poi è arrivato il fuoco. Un’autocombustione di rancore. C’ho buttato dentro un sacco di istantanee di memoria, un cavatappi e diecimila pezzi di passato.
La mia stanza sembra un covo di derisione, infiniti pezzi di carta su cui mi sono appuntato la vita. Infiniti pezzi di carta in ordine sparso, una pila di lavoro lasciato a metà, una chitarra scordata e un altarino kitsch. Fuori piove e finché piove non si asciuga. Tutto rimane bagnato, impregnato. Avete mica una medicina contro la pioggia?

